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IL NUOVO RITO FORNERO PER IMPUGNARE I LICENZIAMENTI. GRAVI CRITICITÀ

Come è noto la legge 92/2012 ha introdotto, all’art. 1, commi 48 e segg. un rito specifico per le cause aventi ad oggetto l’impugnazione di licenziamento nei casi rientranti nell’art. 18 legge 300/1970.

In particolare, prima della nuova norma, il lavoratore aveva facoltà di adire l’autorità giudiziaria con unico ricorso, proposto ai sensi dell’art. 414 c.p.c., nel quale poteva proporre cumulativamente TUTTE le proprie pretese concernenti un determinato rapporto di lavoro.

Il Ministro Fornero, con la menzionata legge, ha introdotto un nuovo rito (nel caso se ne fosse sentito il bisogno), per le sole “controversie aventi ad oggetto l'impugnativa dei licenziamenti nelle ipotesi regolate dall'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro”.

Quindi restano escluse tutte le controversie aventi ad oggetto le impugnazioni di licenziamento non disciplinate dall’art. 18 Statuto dei Lavoratori (ossia quelle rientranti nell’art. 8 legge 604/66). Inoltre, in tal sede, non potranno essere proposte domande diverse da quelle relative all’impugnazione del licenziamento “salvo che siano fondate sui medesimi fatti costitutivi”.

Ne consegue che il dipendente di un’azienda con più di 15 dipendenti, ingiustamente licenziato e che ritenga di vantare nei confronti del datore di lavoro una molteplicità di pretese, tutte originate dal medesimo rapporto di lavoro, ma non connesse con la specificità del fatto del licenziamento, dovrà radicare due contenziosi: uno specifico per impugnare il licenziamento, ed un altro, ordinario, per azionare le ulteriori richieste.

L’ipotesi è tutt’altro che teorica, in quanto nella maggior parte dei casi accade che il lavoratore abbia tutta una serie di pendenze nei confronti del datore di lavoro: l’impugnazione del licenziamento (con varie pretese connesse), ma anche differenze retributive, straordinari non pagati, contestazione del livello assegnato alla luce delle mansioni effettivamente eseguite, etc.

Ne deriva, come facilmente è intuibile, una moltiplicazione del contenzioso giudiziario ed un aggravio di costi per il lavoratore che, laddove non rientri nelle fasce reddituali di esenzione, sarà tenuto al pagamento di più contributi unificati (e si precisa che il contributo unificato è una tassa –avente la fisicità di una marca da bollo- che viene pagata allo Stato per un importo proporzionale al valore della domanda, e non riguarda in alcun modo il compenso dell’Avvocato).

In questa sede, tuttavia, ci si limiterà alla trattazione di due motivi di grave criticità concernenti il cd. “Rito Fornero”, i quali hanno rilevanza nazionale e che ad oggi non vedono soluzione univoca, con grave nocumento per migliaia di lavoratori, vittime di una situazione di incertezza giuridica e processuale che rischia di pregiudicare irrimediabilmente la difesa dei loro diritti.

 

1) RAPPORTI TRA TUTELA REALE (art. 18 legge 300/1970) E TUTELA OBBLIGATORIA (art. 8 legge 604/66)

Come poc’anzi precisato, il lavoratore che intenda impugnare il licenziamento, deve:

1)    proporre ricorso con “rito Fornero”, se chiede la tutela reale (ossia, se il l’ipotesi rientra nell’art. 18 l. 300/1970), oppure

2)    proporre ricorso con rito ordinario, ex art. 413 c.p.c. e ss., se chiede la tutela obbligatoria.

Si impongono due precisazioni fondamentali.

In primo luogo, deve tenersi a mente che il termine di decadenza per proporre l’impugnativa giudiziale del licenziamento è di 180 giorni decorrenti dalla data di impugnazione extragiudiziale del medesimo.

Il secondo aspetto riguarda la natura obbligatoria o facoltativa del cd. “Rito Fornero”. Il dibattito attualmente è aperto, per cui non vi è soluzione univoca. Ad esempio, il Tribunale di Firenze si è espresso per la facoltatività del “rito Fornero”, ritenendo che parte ricorrente possa liberamente scegliere il rito più confacente alle proprie esigenze (ad es., possibilità di ricorrere ex art. 414 c.p.c. con ciò cumulando le proprie pretese, anche quelle che sarebbero escluse dal rito speciale).

Altri Tribunali, invece, ritengono che il “rito Fornero” sia obbligatorio (ad esempio, Tribunali di Milano, Monza, Venezia) per le controversie aventi ad oggetto impugnazione di licenziamento in sede di tutela reale.

Si pone, dunque, un quesito sostanziale:

Quid iuris se il licenziamento viene giudizialmente impugnato con il rito “sbagliato”?

In altre parole, cosa accade se, ad esempio:

a)     il lavoratore chiede la tutela reale, proponendo ricorso con il “rito Fornero”, ma in corso di causa si accerta che il requisito dimensionale del datore di lavoro è pari/inferiore a 15 dipendenti?

b)    il lavoratore chiede la tutela obbligatoria, proponendo ricorso con il rito ordinario, ma in corso di causa si accerta che il requisito dimensionale del datore di lavoro è superiore a 15 dipendenti?

In tali ipotesi, il Giudice dovrà mutare il rito o rigettare la domanda siccome inammissibile? Ed in tale ultima ipotesi, supponendo che nelle more del giudizio sia decorso il termine di 180 giorni dall’impugnazione stragiudiziale, il lavoratore dovrà considerarsi decaduto dal poter proporre impugnazione giudiziale del licenziamento con il rito corretto?

Trattasi, come può ben vedersi, di questioni di primaria importanza e delicatezza. Soprattutto considerando che, spesso, il requisito dimensionale dell’azienda datrice di lavoro è dato che emerge dalle risultanze istruttorie assunte in corso di causa.

Ebbene, al momento regna sovrana l’incertezza, e si contano decisioni differenti da Tribunale a Tribunale, e sovente da giudice a giudice dello stesso Tribunale, come nel prosieguo si andrà ad esemplificare, senza pretesa di esaustività.

Secondo un orientamento particolarmente restrittivo, la domanda proposta con il rito “scorretto” deve essere rigettata per inammissibilità. Né soccorrerebbe, a tal fine la graduazione delle domande. Altrimenti detto, laddove sia stata azionata, con “rito Fornero”, pretesa volta ad ottenere tutela reale, ed in subordine sia stata posta anche domanda di tutela obbligatoria, nell’ipotesi in cui fosse accertata l’insussistenza del requisito dimensionale del datore di lavoro, il ricorso dovrebbe in ogni caso essere rigettato per inammissibilità.

Il Tribunale di Monza e di Firenze, tuttavia, nelle proprie indicazioni operative, precisano che il lavoratore avrà comunque facoltà di proporre impugnazione di licenziamento con rito “corretto”, in quanto l’aver proposto domanda giudiziale (ancorché inammissibile) impedirebbe il maturare delle decadenze di cui all’art. 32 del Collegato Lavoro. Su tale punto, tuttavia, non vi è univocità di interpretazioni, quindi vi è il serio rischio che il lavoratore si veda respinto anche l’ulteriore ricorso per intervenuta decadenza.

Un secondo orientamento, invece, ritiene che nel nostro ordinamento giuridico possa considerarsi vigente un principio generale (desumibile anche dagli artt. 426 e 427 c.p.c. e art. 4 d. lgs. 150/2011) per cui, in caso di erronea scelta del rito, dovrebbe operare la regola del mutamento, piuttosto che quella della conclusione della causa con decisione di inammissibilità. Di qui, si è dedotto che laddove si accerti che la domanda non è stata correttamente proposta in base al requisito dimensionale (ad esempio, emerso in corso di causa), debba disporsi mutamento del rito, con eventuale concessione di termine perentorio alle parti per deposito di memorie ed integrazione documentale. In tal senso, ad esempio le indicazioni operative del Tribunale di Venezia e Tribunale di Rieti.

Vi è infine un terzo orientamento, secondo il quale, laddove sia stato proposto ricorso ex “legge Fornero”, contenente domanda di tutela reale e, in via subordinata, domanda di tutela obbligatoria, entrambe le richieste dovrebbero essere decise con “rito Fornero”, in quanto la domanda subordinata deve considerarsi fondata sui medesimi fatti costitutivi della domanda principale (cfr. Tribunale di Rieti, e Dott. Roberto Riverso, magistrato presso il Tribunale di Ravenna).

Come si è poc’anzi evidenziato, al momento non vi è unicità di decisioni giurisprudenziali, con il drammatico risultato che cause analoghe vengono assoggettate a procedure opposte, a seconda del giudice cui sono assegnate. Ne consegue un’assoluta incertezza giuridica.

 

2) IL GIUDICE DELL’OPPOSIZIONE

Il cd. Rito Fornero, prevede che, introdotta con ricorso causa avente ad oggetto impugnazione di licenziamento in tutela reale, segua una fase istruttoria “sommaria”, destinata a concludersi con decisione giudiziale avente forma di ORDINANZA (immediatamente esecutiva). Avverso tale provvedimento, può proporsi opposizione entro il termine perentorio di 30 giorni. In tale ipotesi si radicherà una causa a cognizione piena, che sarà decisa con sentenza “reclamabile” (sic!) dinnanzi alla Corte d’Appello.

Alla luce di quanto sopra dedotto circa l’assoluta incertezza giuridica che regna riguardo alla lettura delle norme disciplinanti il “rito Fornero”, è facile immaginare che i casi di opposizione (e, successivamente, quelli di reclamo) saranno assai numerosi, per non dire la regola.

Al riguardo ci si chiede se, il giudice che ha emesso il primo provvedimento decisorio (l’ordinanza) debba ritenersi incompatibile a decidere la fase di opposizione.

Anche su tale punto, non vi è unicità di vedute, con la conseguenza che domina diversità ed incertezza di procedure.

Un primo orientamento, ritiene che, nel silenzio della legge, il giudice dell’opposizione possa essere lo stesso giudice che ha emesso il provvedimento opposto. In tal senso, ad esempio, si sono espressi il Tribunale di Brescia e quello di Milano (che però vede pronunce di segno diverso).

Secondo altro orientamento, invece, dato il carattere sostanzialmente decisorio dell’ordinanza che chiude la fase impropriamente definita “sommaria”, si ritiene che la fase dell’opposizione debba essere assegnata ad un giudice diverso. Ciò per rispetto del principio, costituzionalmente sancito, dell’imparzialità e terzietà del giudice, che impone debba essere evitato che “lo stesso Giudice, nel decidere, abbia a ripercorrere l’identico itinerario logico precedentemente seguito” (cfr. Corte Cost. 387/99 e 460/05). Di qui, secondo alcuni, ne deriverebbe la sussistenza di motivo di astensione obbligatoria per il giudice che abbia emesso l’ordinanza opposta, laddove gli venisse assegnata anche la causa di opposizione alla stessa.

Alcuni Tribunali, nelle proprie indicazioni operative, hanno convenuto di assegnare stabilmente la fase di opposizione a giudice diverso rispetto a quello della fase “sommaria” (ad es. Tribunali di Venezia e Firenze).

La questione è stata risolta in modo contrastante dalla giurisprudenza di merito. Si citano a titolo esemplificativo:

- la sentenza della Corte d’Appello di Brescia del 25/09/2013 con cui si è ritenuto che il Rito Fornero disciplini un modello procedimentale cd. “bifasico e che, pertanto, la fase dell’opposizione possa essere decisa dallo stesso giudice già investito della fase sommaria (di questo orientamento, anche il Tribunale di Brescia)

- la sentenza della Corte d’Appello di Milano n. 1577/2013 depositata in data 13/12/2013 che invece ha ritenuto nulla la sentenza emessa nel giudizio di opposizione, se a pronunciarla è stato lo stesso giudice - inteso come persona fisica - che ha deciso la prima fase sommaria. Di diverso segno l’orientamento prevalente del Tribunale di Milano, che invece accoglie la tesi del cd. modello “bifasico” del Rito Fornero.

3) CONCLUSIONI

Dalla breve sintesi sopra esposta emerge, come più volte ribadito, una situazione di grave incertezza giuridica e processuale, da cui deriva potenziale pregiudizio nella difesa di diritti fondamentali. Ai problemi descritti, peraltro, se ne aggiungono molti altri, di non minore importanza.

E’ evidente l’urgenza di porre fine ad uno stato di cose ormai intollerabile, che riguarda migliaia di persone, ed ha rilevanza nazionale.

Sarebbe auspicabile, ad avviso della scrivente, l’abrogazione del rito giudiziale Fornero, di cui francamente non vi è alcun bisogno.

In subordine, una soluzione potrebbe essere quella che il legislatore:

1)    modificasse l’art. 1, comma 48, della legge 92/2012 sancendo espressamente la facoltatività del rito speciale relativo all’impugnativa giudiziale dei licenziamenti in regime di tutela reale (o quanto meno che il Ministero del Lavoro emanasse una circolare interpretativa in tal senso);

2)    modificasse l’art. 1, comma 52, della citata legge disponendo espressamente l’incompatibilità del giudice che ha emesso l’ordinanza a decidere la fase dell’opposizione (o quanto meno che il Ministero del Lavoro emanasse una circolare interpretativa in tal senso).

Si segnala, infine, che notizie stampa, rinvenibili anche online, riferiscono che dal Bilancio sociale del tribunale di Milano del 2013 emergerebbe il preoccupante dato secondo cui il Rito Fornero avrebbe provocato un aumento delle controversie in materia di lavoro. Una delle cause, come è facilmente desumibile anche da quanto sin qui esposto, è ravvisabile nel fatto che il Rito Fornero costringe ad una duplicazione dei ricorsi, in quanto non consente la cumulabilità delle domande.

Avv. Barbara Dalle Pezze

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